Nov 22

Nov 06

I fisiologi hanno dimostrato che il rosso fa aumentare la pressione del sangue e i battiti cardiaci, e accelera la respirazione. Hanno ragione, ma si sbagliano. Con i tifosi del Napoli. Per i quali tutti questi fenomeni si verificano quando gli si fa vedere una maglia azzurra. Anche su un televisore in bianco e nero. Azzurro è una parola chiave. Che apre le porte della passione, del sogno, e ha molto a che fare con le parole. E col linguaggio. Gli antropologi Berlin e Kay hanno esaminato le parole che indicano i colori in ben 98 lingue, e hanno scoperto che compaiono secondo una progressione fissa. La comparsa nei colori nelle lingue non è dunque casuale, ma risponde a una logica ben precisa. Gli esquimesi hanno più di settanta parole per dire bianco. Queste parole corrispondono alle diverse condizioni del ghiaccio e della neve. Da queste condizioni deriva la loro sopravvivenza, quindi è il caso che i termini che le descrivono siano precisi. Allo stesso modo, i Maori, guerrieri e
cacciatori, usano più di cento parole per indicare le diverse gradazioni di rosso. E i Tuareg hanno moltissime parole per indicare i gialli e i bruni del deserto, luogo nel quale trascorrono (e dal quale dipende) la loro vita. (Nello sviluppo dei termini dei colori pesano molto l’ambiente, la cultura e l’economia.)

I colori che, in tutte le lingue, compaiono per primi sono il bianco e il nero. Per una volta, la Juventus non c’entra: sono in testa perchè corrispondono ai colori del giorno e della notte. Poi viene il rosso: il colore del sangue, elemento estremamente legato alla sopravvivenza. In terza e quarta posizione ci sono il giallo e il verde (o viceversa): il giallo
è il calore e la luce del sole, mentre il verde è la vegetazione, con tutti gli annessi (i frutti degli alberi e della terra, la legna per il fuoco, l’ombra, la possibilità di nascondersi). E’ così che si spiega l’interscambiabilità del giallo e del verde quanto ad ordine di comparsa nel linguaggio: questi due colori rappresentano entrambi la natura, dalla quale l’uomo dipendeva ieri assai più di ora. Il blu è l’ultimo dei colori primari che entra nel linguaggio. Ne è
addirittura preceduto, come abbiamo visto, da un colore come il verde, formato dal giallo e dallo stesso blu: e che dunque, primario non è. Ma è di primaria importanza, perché indica cose importanti.

L’arrivo tardivo del blu è dovuto anche al fatto che la gamma dei blu è piuttosto estesa: dal celeste chiaro si spinge infatti fino all’indaco, e al blu inchiostro, che possiede riflessi verdastri. In molte occasioni il blu veniva perciò linguisticamente “coperto” dal verde. Un esempio: nell’Iliade la parola blu non compare nemmeno una volta. Non perché non venissero mai nominati elementi di quel colore: il mare davanti a Troia, da Laocoonte in poi, è sempre presente nel poema omerico. Ma per descriverlo, invece della parola “blu”, si usava la parola “verde”. Nel latino invece il termine “blu” c’è: è “coeruleus”.
Nei dialetti parlati in Italia durante il Medioevo il blu sparisce di nuovo. Per quel fenomeno che i linguisti chiamano “regressione dialettale”, nei “secoli bui” dell’Alto Medioevo molti elementi della civiltà romana furono letteralmente dimenticati. Tanto che fu necessario riscoprirli, anzi reinventarli, un po’ per volta. Al posto del blu c’era il solo verde. Timidamente faceva capolino il termine “celeste”, in riferimento al cielo. Prima di “blu” compare anche il termine “viola”: ma anche qui, solo perché c’è il fiore corrispondente. Per trovare la parola “azzurro”, di derivazione persiana (da lazward:
lapislazzuli) bisogna attendere più o meno fino al 1200. E non la si trova certo nella lingua della gente comune, ma solo in quella degli aristocratici. Via via che crescono gli scambi culturali e commerciali tra gli Stati,
cresce anche la necessità di indicare con precisione le merci oggetto di transazione. Se non ancora per i pittori e gli artisti, almeno per i mercanti di tessuti il colore cominciava ad essere un elemento necessario da indicare.
Rimaneva però una certa approssimazione, dovuta ai sistemi di tintura e di colorazione, e alla diversa tonalità dei colori. Recenti esperimenti mostrano che l’uomo è in grado di distinguere tra loro circa sette milioni di tonalità di colore. Anche se, ovviamente, non ha un termine per definire ciascuna di esse. La possibilità di intendersi quando si vuol definire un particolare punto di rosso, o di verde, o di qualsiasi altro colore, è comunque enormemente cresciuta negli ultimi anni. Non per merito delle parole, ma dei numeri. E della necessità, che è sempre stata ottima consigliera. Tutto comincia con la pubblicità. E con i pubblicitari, che all’inizio andavano letteralmente – e quotidianamente – al manicomio: i colori che avevano indicato, e mostrato nei loro esecutivi, non erano mai perfettamente uguali a quelli che poi lo stampatore gli presentava. Il mal di fegato ei pubblicitari è stato guarito dal computer. Con le macchine fotografiche digitali, il colore di un’immagine vene indicato da un numero ben preciso. Il computer “legge” questo numero, e poi lo trasforma nell’immagine che gli corrisponde. Con precisione, oseremmo dire, matematica. La riproduzione dell’immagine viene insomma sostituita da una decodifica numerica.

(continua)